Podcast di Lilli Cor
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Negli ultimi anni la questione migratoria è diventata il centro della scena politica italiana. È intorno a questa più che ad altre tematiche che si apprezzano le differenze tra gli schieramenti, si vincono elezioni e si costruiscono carriere. Lo sa bene il nostro ex-ministro dell’Interno Matteo Salvini, che proprio facendo leva sulla necessità di chiudere i porti è riuscito a moltiplicare i consensi del proprio partito sino a portarlo al governo nel 2018.

Da subito ha dato spettacolo bloccando navi, insultando gli avversari, le ONG e gli stessi migranti oltre che ammiccando al fascismo in modo sempre più smaccato.  Ma la realtà è che ha fatto poco o nulla per arrestare davvero i flussi, e che se questi sono crollati lo si deve quasi esclusivamente all’azione dell’esecutivo precedente, cioè del governo Gentiloni, in carica fino al 31 maggio del 2018 (considerando anche il periodo di ordinaria amministrazione, protrattosi per tre mesi dopo le elezioni del 4 marzo di quell’anno).

 

Quando Salvini è arrivato era già tutto risolto

Come si evince dai dati, gli sbarchi sulle coste italiane sono continuati a crescere fino al giugno del 2017. In quel momento l’andamento del flusso dei migranti era analogo a quello dell’anno precedente, il 2016. Gli sbarchi diminuivano in inverno a causa del peggioramento delle condizioni del mare, per poi tornare a crescere in primavera quando il bel tempo facilitava la traversata.

Guardando la tabella, nel luglio del 2017 si osserva una brusca inversione di tendenza. Nell’arco di un solo mese il flusso si dimezza anziché aumentare, e poi continua a scendere fino al marzo dell’anno dopo (il 2018), cioè prima dell’inizio del governo Conte, che si insediò solamente tre mesi dopo. A marzo 2018 sbarcano appena 1.049 migranti contro i 23.526 del giugno 2017; una diminuzione di oltre il 95% su base mensile.

Dunque, il fenomeno era già sostanzialmente risolto ben prima che Salvini fosse nominato ministro. E durante il suo mandato gli sbarchi si sono mantenuti pressappoco sugli stessi livelli che aveva lasciato il governo precedente. Per la precisione si è verificata solo una piccola diminuzione (da 1.049 a marzo a 359 a dicembre), probabilmente legata al mal tempo invernale. Un fenomeno, questo, che come abbiamo detto si osserva tutti gli anni e che c’entra ben poco con la chiusura dei porti.

Non c’è insomma alcuna prova che tale diminuzione sia merito delle politiche di Matteo Salvini e non invece dell’onda lunga di quelle del suo predecessore al ministero dell’Interno durante il governo Gentiloni, Marco Minniti.

Come è potuto succedere? Il motivo è semplice. Capitan Papeete si è limitato a bloccare le navi delle ONG, le quali in media portano meno del 20% dei migranti che sbarcano in Italia, mentre non ha fatto nulla per arginare i cosiddetti “sbarchi fantasma”, cioè quelli di barche e barchini guidati dagli scafisti o dai migranti stessi, che sono assai più numerosi. Questi non si possono bloccare perché riportarli in Libia o in Tunisia vorrebbe dire infrangere il principio del Non-Refoulement della Convenzione di Ginevra esponendo così l’Italia a sanzioni internazionali.

 

La dura realtà degli accordi

Alla luce di questo, un governo che intenda ridurre il numero degli sbarchi ha praticamente un’unica opzione: trattare con libici e tunisini per convincerli a bloccare i migranti prima che possano superare il limite delle acque territoriali di questi paesi. È questa la direzione in cui si è mosso il governo Gentiloni con gli accordi presi con le autorità libiche nell’estate del 2017 sulla base di un Memorandum d’intesa firmato alcuni mesi prima.

Di fatto si paga uno stato estero per aggirare una normativa dell’ONU. Nella pratica, in un paese dominato dai gruppi armati come la Libia, questo vuol dire scendere a patti con milizie di vario genere. Secondo la giornalista Nancy Porsia, in certi casi si tratta di veri e propri clan mafiosi, per altri addirittura degli stessi trafficanti attratti dai lauti guadagni offerti dalla collaborazione con le autorità italiane.

Si chiede loro di bloccare i migranti intercettando le barche e le carovane nel deserto per poi riportarli in Africa subsahariana o più spesso rinchiuderli in appositi centri di detenzione. Naturalmente si offre loro in cambio qualcosa, ma trattandosi di accordi segreti non possiamo ovviamente sapere con certezza di che cosa (o di quanto) si tratti. Di certo c’è solo la cessione da parte italiana alla Libia di quelle motovedette senza le quali la guardia costiera di Tripoli non potrebbe neppure prendere il mare.

A prescindere da ciò che possiamo pensare di tale pratica, essa è di fatto l’unico modo legale per ridurre i flussi migratori senza rischiare dannose sanzioni economiche internazionali. E ci sono evidenze che il nuovo governo si stia già muovendo in tal senso facendo pressioni (e promesse?) presso le autorità tunisine. Ma la realtà è che è da tempo che l’Italia e l’Europa preferiscono prendere accordi con i paese della sponda sud del Mediterraneo per fermare i migranti piuttosto che accogliere ondate migratorie percepite a torto o a ragione come foriere di disordini, malcontento e criminalità. È proprio a questo che serviva il celebre Trattato di Amicizia italo-libico siglato nel 2008 dall’allora governo Berlusconi con il rais Muammar Gheddafi.

Secondo i termini di quel patto l’Italia si impegnava a investire in Libia 5 miliardi di dollari in vent’anni; e la Libia dal canto suo spalancava le porte alle aziende italiane, affidava loro commesse, ma soprattutto si impegnava a bloccare i flussi migratori; di fatto con la forza.

 

Responsabilità non solo a Destra

Fin qui niente di nuovo. Ma in pochi sanno che tale accordo non è altro che il punto d’arrivo di una trattativa con le autorità libiche iniziata l’anno precedente dal governo Prodi.

È stato lo stesso Romano Prodi a “confessare” l’esistenza di accordi (economici?) anti-immigrazione con la Libia di Gheddafi in questo straordinario video-documento del 2016. Sentitelo voi stessi a partire dal minuto 00.15.35:

Quante volte Gheddafi mi aveva minacciato di mandarmi dei barconi di immigranti? Non li ha mai mandati! Perché si trattava….c’era un rispetto….e c’era un do ut des anche come avviene in politica.

È importante ricordare che l’Unione Europea non è mai stata all’oscuro di tali pratiche. Non solo non le ha condannate, ma le ha favorite e soprattutto ha contribuito a finanziarle. È dall’Unione Europea per esempio che provengono metà dei fondi finalizzati al pattugliamento delle coste libiche in base al già menzionato Trattato di Amicizia del 2008. Ed è stata sempre la UE a negoziare un simile accordo con la Turchia nel 2016, di fatto scavalcando una Grecia ormai impoverita dalla crisi e incapace di offrire ai turchi alcunché.

La politica degli accordi sembra perciò una scelta consolidata, portata avanti sia in Italia che in Europa da governi di ogni colore politico ormai da molti anni. Viene quasi da pensare che, se due anni fa non ci fossimo sbrigati a chiudere i rubinetti, forse avrebbero commissariato anche noi come di fatto è avvenuto alla Grecia.

 

La politica-teatro e il dovere di sapere

È evidente che la realtà dei fatti cozza magistralmente con la propaganda di pressoché tutti gli attori istituzionali in campo. I quali, ad eccezione dell’Onu, fanno tutti teatro sulla pelle dei migranti.

Lo fa Salvini, che si proclama il protettore dei confini italiani, quando sa benissimo che i risultati ottenuti non dipendono da lui.

Lo fa la Sinistra, che parla di accoglienza e Ius Soli,quando sono stati proprio loro a scendere a patti con i carcerieri libici.

Lo fanno la Francia e la Germania, che ci accusano di essere vomitevoli, isterici o plebaglia quando in realtà avrebbero tremato se non ci fossimo dati una mossa a bloccare i flussi.

A ben guardare, dunque, i fatti ci dicono che le istituzioni europee hanno scelto di preferire la linea della realpolitik ai valori di accoglienza, umanità e ospitalità. Se le cose stanno così, la verità è che non possiamo farci molto. Ma c’è un dovere dal quale in nessun caso possiamo fuggire: dobbiamo raccontarci la verità. Dobbiamo prendere coscienza di quello che abbiamo fatto e delle allucinanti sofferenze che questa scelta provoca ai migranti africani rinchiusi nei carceri-lager della Libia.

Forse non è molto ma occorre farlo. Almeno questo glielo dobbiamo.

 

N.D.R. I grafici in questo articolo sono stati realizzati con i dati ufficiali del Ministero dell’Interno http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/cruscotto-statistico-giornaliero


A cura di Luca Frasconi

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Luca Frasconi

Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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