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sabato 25 Settembre 2021
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Siamo cadaveri (fuori e dentro)?

Recentemente ho visto L’Impero dei Cadaveri (2015), basato sul romanzo di Project Itoh. La trama è la seguente: a fine ‘800 il mondo è fondato sul lavoro di persone che hanno perso la vita, rimesse al mondo da un liquido che replica gli elementi di un’anima. Cento anni prima infatti lo scienziato Victor Frankenstein (proprio lui) ha scoperto che l’anima esiste (e pesa pure 21 grammi) e che reinserendo nei cadaveri finte anime si può riportare i morti a una vita fittizia. I morti viventi (o “necroware”) sono infatti privi di parola, ma possono compiere mansioni lavorative di vario genere, come anche essere adoperati come vera e propria fanteria in situazioni di guerra.

Ora, il racconto e gli sviluppi della trama non mi hanno totalmente convinto, potevano essere ben diverse le implicazioni derivanti da una situazione del genere. Ad esempio: i morti viventi hanno emozioni? Possono riprodursi? Si limitano ad essere dei pupazzi a cui dare incarichi? Come fanno a recepire questi comandi se paiono privi di intelletto? Resta il fatto che l’idea è di per sé sicuramente buona. Come succede spesso nelle produzioni giapponesi, il cattivone di turno (inizialmente spacciatosi per “buono”) vuole trasformare l’intera umanità in una coscienza unica, ovvero riducendo tutti gli esseri umani a dei morti viventi, tutto questo per il nobile scopo di eliminare dalla faccia della Terra ogni tipo di guerra e sofferenze. Differentemente da quanto accade, ad esempio, in Neon Genesis Evangelion (1995) di Hideaki Anno, il piano fallisce grazie alla “forza di volontà” (così viene chiamata) dello scienziato John Watson che, non si sa bene come, riesce a bloccare il meccanismo supremo installato nella Torre di Londra (!) che permetterebbe di poter controllare tutti morti viventi e trasformare a sua volta anche tutti gli esseri umani in necrowave.

Sono sincero, a un certo punto mi sarei aspettato un bad ending, ma invece tutto viene risolto, l’umanità potrà nuovamente contare sui morti lavoratori e vissero tutti felici e contenti. Un vero e proprio finale restauratore. Ossia, c’erano i morti viventi prima, poi succedono delle robe strane con personaggi strani che vorrebbero rimettere anche un’anima vera all’interno dei cadaveri (John Watson prova disperatamente a riportare a una vita senziente il suo amico Friday, non riuscendoci), ma poi per il bene ultimo della “volontà” tutto viene riportato alla situazione iniziale, in barba ai morti viventi e chi per loro. Come dicevo, invece, in Neon Genesis Evangelion” il piano malefico vince, quasi presupponendo l’impossibilità di poter continuare con il mondo precedente: un mondo fatto di violenze materiali e psicologiche, di incomprensioni a livello interpersonale, di guerre. Personalmente preferisco questo tipo di finale, tutto sommato nichilista, ma almeno rivoluzionario, di rottura. Il “marxista” che è in me vede purtroppo ne “L’Impero dei Cadaveri” un’accettazione dello stato di cose vigente. E tra l’altro, siccome è ambientato proprio a fine ’800 a Londra (1878 per la precisione), mi sarei aspettato qualche parallelo tra i lavoratori “morti viventi” della realtà fittizia e quelli che effettivamente popolavano la capitale britannica nella nostra linea temporale (mi rendo conto che sarebbe stato troppo chiedere un raffronto anche con lo stato di cose attuale). Charles Dickens e Karl Marx l’avrebbero forse definita un’opera reazionaria, io mi limito a dire che si poteva fare di più.

Dove ho visto questo lungometraggio animato? Ovviamente su Amazon Prime Video! Bello vedere come la maggior parte dei lavoratori morti viventi sia intenta a trasportare cose in giro per Londra con passo da zombie. L’unica differenza è che i corrieri Amazon vanno di fretta. Bello constatare nuovamente che anche in questo caso mi sento in colpa guardando un cartone animato giapponese. Ma il punto probabilmente è un altro: l’idea che questo mondo (sia quello fittizio che quello reale) sia ineluttabile, il fatto che sia necessaria una divisione tra lavoratori morti, lavoratori vivi e chi lavora poco o proprio non lavora (e chi si può permettere di riflettere su queste cose seduto comodamente su una sedia davanti a un pc come il sottoscritto). Il topos della coscienza unica è una perversione ricorrente del mondo nipponico, ma “L’Impero dei Cadaveri” ci mette in guarda sull’appiattimento di ruoli e piramide sociale; anche i morti devono stare al loro posto. “Neon Genesis Evangelion” invece, tramite una storia di robottoni che inizialmente pare canonica, scava nel disagio umano e nelle sofferenze che le persone posso provare tutti i giorni. Mi verrebbe da dire che nell’opera di Project Itoh i necrowave sono morti al di fuori (ovvero sono riconoscibili dall’esterno come zombie), mentre i personaggi di Hideaki Anno sono morti dentro, vivono un’esistenza in balia di eventi e destini incrollabili. E, nonostante siano incoscienti di essere ingranaggi del “Progetto per il perfezionamento dell’uomo” (la coscienza unica), puntano implicitamente all’annichilimento delle singole coscienze, perché “è ora di basta”, non ne possono più. Più volte è stato detto che l’opera di Anno fosse una sorta di autodenuncia, l’affermazione dell’impossibilità dello stesso autore di sopportare le difficoltà di comprensione che scaturiscono dai rapporti interpersonali. Io ci vedo anche il non riuscire a sostenere i tempi moderni, le responsabilità, il duello continuo con l’altro per una lotta che non ha un fine poi così tanto preciso. In questo caso una volontà alternativa a quella de “L’Impero dei Cadaveri”, ovvero una “spinta” volta a superare queste aporie esistenziali.

Project Ito vorrebbe dare un messaggio positivo, ma in realtà ci condanna a reiterare quanto visto nel passato. Nel finale il giovane John Watson si dice fiducioso di poter scoprire nuovi dettagli sui morti viventi, ma è una speranza fine a se stessa, una speranza nella quale aleggia un timore sotterraneo nei confronti dei non morti (“E se si unissero e facessero la rivoluzione?” un pensiero che a mio vedere serpeggia implicitamente in una frase di Burnaby, la guardia del corpo di Watson: “Ormai i necroware sono più dei vivi”). Il voler studiare i cadaveri lavoratori è soltanto un mezzo per portare a nuova vita Friday, l’amico morto prematuramente, facendo sussistere un desiderio individualista nella ricerca di Watson. Curioso che a un certo punto del film compaia una bottiglia di Ballantines (con logo ben in vista; probabile sponsor sotterraneo della casa di produzione) come a dire “Beveteci su e non state a ragionarci troppo!”. Morale generale di tutto il lungometraggio, dato che da buone premesse si finisce in una strana spirale contorta che non parla di quanto lamento poco sopra. Difatti l’ultima scena è ancor più assurda: Watson, stremato dalle ricerche per riportare in vita Friday, decide infine di farsi inoculare dallo stesso amico zombie un’anima fittizia, allo scopo di capire se riuscirà o meno a comunicare con gli altri non morti. Ovviamente il risultato è il niente, un vero e proprio sipario in nero che ci sta quasi a indicare il peccato di Watson: “Ha provato a varcare la soglia per immedesimarsi in un necroware, non scoprirà niente e si limiterà a perire intellettualmente”.

Si potrà dire, un eterno ritorno che viene mostrato senza troppi fronzoli (o quasi): attualissimo. In periodo appena post-covid c’è chi spera nel ritorno al mondo originario, ma la strada pare lunga: ancora vedo tanti necrowave solcare le strade di città e di internet, mentre altri John Watson ricercano con falsa speranza la soluzione dei mali zombie (con idee a tratti autolesionistiche). Mancano d’altro canto, purtroppo, gli Hideaki Anno che abbiano il coraggio di rompere con il passato.


Arturo Leoncini

TomorrowNewshttps://www.tomorrownews.it
TomorrowNews nasce come “TomorrowTurin” nel 2016, a Torino, dall’idea di Elisa, Pier e Stefano. Col tempo, il blog è cresciuto ed ha espanso i propri confini tanto fisici quanto tematici, passando ad occuparsi non più soltanto di politica internazionale ma di vari altri temi.

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