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mercoledì 8 Dicembre 2021
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SOS: Siamo O non siamo Sinistra? Paradossi e psicodrammi di un mondo… in marcia.

Di Michele Seremia

L’ultimo dibattito televisivo tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen prima delle elezioni è stato pungente; non è rimasto deluso chi si attendeva o auspicava colpi bassi da ambo le parti. I picchi di massima ostilità si sono raggiunti nel momento in cui la discussione ha preso in esame i temi di “sicurezza e lotta al terrorismo” (con annessi discorsi inerenti alla supervisione delle frontiere ed i controlli agli immigrati) e la questione “Unione Europea, euro e sovranità”. Altri passaggi più che significativi si sono avuti quando la leader del Front National ha attaccato il suo avversario accusandolo “di avere la freddezza del banchiere d’affari”, aggiungendo poco dopo che “in ogni caso, La Francia sarà governata da una donna, o sarò io o sarà la signora Merkel”.

Diverse sono le analogie tra il confronto fra i due candidati all’Eliseo e altri dibattiti che hanno avuto luogo nei mesi scorsi, in particolare quelli per la contesa della presidenza del più importante tra i Paesi occidentali: gli Stati Uniti.

Hillary Clinton e Donald Trump hanno anch’essi cavalcato issues assolutamente agli antipodi, evocando per il proprio elettorato un’idea di Paese e di mondo radicalmente in contrasto con quella del proprio competitor.

Eppure, anche in quella circostanza tanti elettori hanno colto un altro elemento: mancava un candidato di sinistra. Al di là di ogni ragionamento sulla fine della dicotomia sinistra-destra, è evidente che Hillary Clinton non aveva la parvenza di colei che potesse condurre verso un futuro radioso milioni di giovani e meno giovani che negli Stati Uniti, oggi, vivono senza certezze, siano esse le certezze di un lavoro dignitoso, di un’istruzione universitaria accessibile a tutti o, più drammaticamente, di un pasto caldo il giorno dopo e quello seguente. E quindi, tanto vale votare l’alternativa al candidato “del sistema”, indipendentemente da quale essa sia.

Agli occhi degli elettori non importava che tipo di politiche pubbliche intendesse portare avanti Hillary una volta insediata alla Casa Bianca (sebbene, per poter beneficiare del sostegno di Sanders, abbia dovuto redigere un programma molto progressista, in particolare su lavoro ed istruzione): anche se avesse promesso la collettivizzazione dei mezzi di produzione, la moglie di Bill Clinton non avrebbe mai potuto ottenere il consenso di chi, a Detroit come a Flint, ha da tempo smesso di credere di vivere nel Paese più ricco del mondo.

Interrogarsi sull’elettorato di sinistra è un mestiere che da decenni offre incessantemente spunti inediti e innovativi: l’idea comune è quella di un complesso di votanti il cui DNA presenta una composizione di elementi autolesionistici, una predisposizione genetica al conflitto, agli autogol, alle scissioni. L’esempio degli elettori che negli Usa hanno appoggiato in maggioranza alle primarie Sanders e l’8 novembre hanno sostenuto Trump è solamente uno dei tanti.

In Francia Mélenchon ha esitato a dare una chiara ed esplicita indicazione di voto ai suoi elettori per il ballottaggio, demandando la questione ad una consultazione online tra gli iscritti della “France Insoumise”, ai quali è stata data la possibilità di scegliere tra scheda bianca o nulla, astensione, oppure voto a favore di Macron. Solo il 34,83 per cento dei militanti si è detto pronto a votare per Macron (hanno partecipato alla consultazione più di 200mila iscritti). Chissà che imbarazzo avrebbe arrecato al partito una ipotetica vittoria della leader del Front National.

La conclusione di questo lungo preambolo sarà dunque la seguente: è giusto supporre che sia tutto un paradosso? È corretto circoscrivere il dibattito alla sola conclusione che sia una stranezza, per non dire una assurda contraddizione, che un potenziale elettore di Bernie Sanders, Pablo Iglesias, Jasse Klaver (GroenLinks), o Jean-Luc Mélenchon possa votare per persone che incarnano ideali prossimi alla teoria fascista e ad una concezione del mondo nazional-sovranista? La Scienza Politica insegna che gli attori dell’arena decisionale perseguono sempre un fine, agendo secondo una razionalità tutta personale.

Oggi siamo di fronte alla disillusione di un elettorato che è stufo di votare il meno peggio, recandosi alle urne con il solo compito di “porre un argine all’avanzata populista”. A fronte di milioni di elettori che si sentono traditi dai partiti storici, la risposta non può essere quella di ipotizzare “fronti repubblicani”, “grandi coalizioni” o “larghe intese” per isolare i soggetti politici “avversi al sistema”. Costruire muri per arginare il presunto nemico non è mai la soluzione: i muri sono destinati a crollare, mentre il “nemico” spesso non è all’esterno ma ben radicato all’interno di una società; esso comprende le innumerevoli contraddizioni di un mondo che, inspiegabilmente, tentenna nell’imboccare strade alternative al liberismo sfrenato e al consumismo compulsivo, incontrollato e fine a sé stesso. Classi politiche che non prendono in considerazione i diritti delle donne, dei richiedenti asilo, così come la tutela dell’ambiente e delle generazioni future, e che si ostinano ad indicare l’economia di mercato come panacea di tutti i mali, nei libri di storia del domani non potranno essere raccontate altro che come sconfitte.

I muri, siano essi concepiti per arginare altri popoli, altre economie o altri partiti, sono allo stesso modo destinati al fallimento. La strada è una: riprendersi tutte le persone che oggi sono lasciate sole e al loro smartphone, aprendosi a un profondo e radicale cambiamento.

Michele Seremia
Se vi piacciono le leggi e le salsicce non chiedetevi come vengono fatte. Le rivoluzioni non sono mai pranzi di gala. Di notte tutte le mucche sono nere. Sell in may and go away. Vote blue, no matter who. Puoi portare un cavallo all’acqua, ma non puoi costringerlo a bere. No drama, just lama.

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