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domenica 1 Novembre 2020
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Spagna: i motivi della crisi di uno stato che rischia l’implosione – II parte

La stagione democratica

La fine di un lungo periodo di repressione delle minoranze linguistiche e culturali presenti in Spagna non poteva che essere segnato da una grande apertura a queste da parte dello stato centrale. La rinascita democratica fu legata indissolubilmente alla rinascita delle autonomie territoriali. Non è un caso, infatti, che all’interno dell’Assemblea costituente che redasse la Costituzione del 1978 fossero presenti sia il Partito nazionalista basco che quello catalano. Tutte le forze, nazionali e regionali, si trovarono d’accordo sulla necessità di ripristinare i diritti all’autonomia previsti dalla Costituzione del 1931.

Tuttavia, le divergenze sul tipo e il grado di autonomia rimasero ampie, sia quelle tra partiti nazionali e partiti regionali che quelle tra gli stessi partiti nazionali, di estrazione ideologica differente. Se, infatti, i partiti spagnoli di sinistra avallavano le istanze autonomiste dei partiti regionali nella loro quasi totalità, i partiti spagnoli di centro e di destra si dimostravano piuttosto ostili ad ogni forma di decentramento, sbandierando l’unicità della Spagna.
Il risultato, come accade spesso in queste situazioni, fu un compromesso tra tutte le forze politiche presenti in Assemblea costituente; un compromesso non soltanto tra istanze ideologiche (come accadde anche in Italia nel 1946-1948) ma anche tra istanze identitarie.

Come conseguenza del compromesso, il testo della Costituzione del 1978 si presenta vago ed ambiguo circa il tema dei rapporti tra stato centrale e comunità territoriali. Se tale ambiguità servì quarant’anni fa a mettere d’accordo le forze politiche costituenti, oggi è proprio tale ambiguità ad essere alla base delle tensioni tra Madrid e le regioni indipendentiste.
Sono tre in particolare gli elementi che rendono palese l’ambiguità di fondo della Carta fondamentale spagnola:

  • All’articolo 2, si riconosce l’«indissolubile unità della Nazione spagnola», ma anche il «diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono». In queste poche righe le ambiguità sono addirittura due. La prima: può una Nazione essere composta da più nazionalità? La seconda: qual è la distinzione tra nazionalità e regioni? Quali territori spagnoli dovranno appartenere all’una e quali all’altra categoria?
  • La Costituzione non presenta la Spagna né come Stato unitario, né regionale né federale. Il termine più appropriato sarebbe Stato regionalizzabile. Cosa significa? Che non furono previste ed istituite delle regioni dai padri costituenti (come avvenne ad esempio in Italia), ma fu deciso di lasciare liberi i territori di potersi autodeterminare e riconoscersi in comunità autonome, attraverso un processo di natura pattizia con il governo centrale spagnolo.
  • Gli articoli 148 e 149 presentano un reparto di competenze tra Stato centrale e regioni tutt’altro che netto e definitivo. Si disciplina infatti che tutte le comunità abbiano diritto ad una serie di competenze ordinarie (articolo 148) ma, allo stesso tempo, che anche le competenze statali possano essere attribuite alle regioni attraverso un processo di negoziazione tra quest’ultime e Madrid (articolo 149). Questo non valeva per le tre storiche regioni autonome – Catalogna, Paese Basco e Galizia – alle quali fu riconosciuto il diritto ad assumersi da subito competenze di grado statale. A tutte le altre regioni che si sarebbero create in futuro fu lasciata aperta la porta per perseguire la medesima strada. La prima a costituirsi e a seguire l’esempio delle regioni storiche fu l’Andalusia, seguita dalla Comunità Valenziana, da Navarra e dalle Isole Canarie.

Così, delle 17 comunità che si costituirono, 7 possedevano un alto livello di autonomia (Catalogna, Paese Basco, Galizia, Andalusia, Comunità Valenziana, Navarra e Isole Canarie), mentre le restanti 10 si presentavano come regioni ordinarie. Quale fu la conseguenza? Inevitabilmente, andò ad innescarsi una spirale competitiva tra le regioni spagnole. In ognuna cominciarono a sorgere e moltiplicarsi partiti territoriali che rivendicavano maggior autonomia dal centro. In parte, essi ottennero il risultato sperato. Nel 1992, infatti, tutte le comunità ottennero una competenza esclusiva nei campi di istruzione e sanità, che smisero quindi di essere gestite da Madrid. Non solo, ma dal 1993 questi partiti giocarono anche un importante ruolo a livello nazionale, dal momento che entrarono a far parte delle coalizioni di governo; inizialmente con il PSOE (Partito socialista operaio spagnolo), poi con la destra del PP (Partito popolare). In cambio del sostegno necessario alla formazione di un governo, questi partiti avanzarono rivendicazioni di sempre maggior autonomia per i loro territori, in particolare in campo fiscale. Questa fase si concluse con le elezioni politiche del 2000, che videro il PP di Aznar ottenere la maggioranza assoluta dei seggi; ciò gli consentì di formare un governo senza più l’appoggio esterno (e, di conseguenza, il ricatto) di partiti territoriali.

Nel 2005, si aprì una fase nuova e inaspettata. Il nuovo premier socialista Zapatero promosse una riforma federale dello Stato spagnolo. Non andò mai in porto, incontrando l’opposizione di attori molto distanti tra loro: il PP, da un lato, e i partiti nazionalisti basco e catalano, dall’altro. Il PP non fu una sorpresa poichè era sempre stato contrario a qualunque riforma (specie se avanzata dal rivale PSOE) volta a conferire ulteriori poteri e libertà alle comunità. Perché anche i partiti nazionalisti si opposero a una simile riforma? La risposta è semplice. Per i nazionalisti baschi e catalani, far parte di uno stato federale avrebbe significato vedere i propri territori posti sullo stesso piano di tutte le altre comunità, in un rapporto paritario e non più privilegiato con Madrid. In definitiva, i nazionalisti baschi e catalani rivendicavano una tradizione storica e culturale diversa da tutte le altre della Spagna e non equiparabile a queste.

Caduta la riforma, fu data la possibilità alle comunità di riformare i loro statuti. Delle 17 comunità,  8 procedettero ad un rinnovo del proprio statuto; tra queste vi fu la Catalogna. Il nuovo statuto catalano, oltre a definire meglio le competenze e mettere nero su bianco l’autonomia finanziaria raggiunta qualche anno prima, si spinse oltre, definendo nel preambolo la Catalogna come una Nazione ed introducendo l’obbligo dell’utilizzo della lingua catalana. Com’era già accaduto in passato, altre comunità fecero lo stesso, emulando l’irriverenza catalana; anche Aragona e la Comunità Valenziana si presentarono così come realtà nazionali.

Tornando al nuovo statuto catalano, fu approvato in successione da 1) un referendum popolare in Catalogna 2) il parlamento catalano 3) il parlamento spagnolo, con l’opposizione del PP. Quest’ultimo, scontento del risultato, decise di impugnare lo statuto davanti al Tribunale costituzionale, che nel 2010 accolse il ricorso e bocciò lo statuto catalano, sostenendo che la Catalogna non potesse dichiararsi una Nazione dal momento che la Costituzione spagnola, all’articolo 2, riconosce come unica Nazione la Spagna.

Con questo atto ebbe inizio l’escalation indipendentista della Catalogna. Quei movimenti e partiti catalani, che fino a quel momento avevano spinto per una sempre maggiore autonomia, soprattutto economica e fiscale, cominciarono così a dichiararsi indipendentisti. I catalani non accettarono mai che processi politici, referendari e parlamentari, venissero stroncati da una sentenza del Tribunale Costituzionale e, cosa ancor più grave, che di lì in avanti il principale partito di governo spagnolo, il PP, anziché dialogare e scendere a trattative politiche con la Catalogna, si appellasse costantemente alla giustizia. Ed è esattamente ciò che i governi spagnoli di centro-destra guidati da Rajoy hanno fatto in questi sette anni: far prevalere il rispetto della legge anziché l’azione politica. Peraltro, con il sostegno incondizionato di un terzo attore fondamentale: la Monarchia.
Dal canto loro, i governi catalani hanno agito in modo inverso: hanno di fatto violato la legge spagnola, perseguendo una chiara azione politica, l’indipendenza, con la proclamazione di due referendum; uno nel 2014 e l’altro pochi giorni fa.

Ad oggi, dunque, qual è la situazione generale in Spagna?

  • Dalle elezioni politiche del 2016 è emerso un Parlamento in cui sono presenti ben 7 partiti regionalisti sui 13 totali. Due, la Coalizione Canaria e l’Unione del Popolo della Navarra, fanno parte della maggioranza con il PP. Le loro istanze regionaliste sono, infatti, ben lungi dall’indipendentismo. I restanti cinque, dei quali due baschi e tre catalani, sono invece all’opposizione.
  • Nel Paese Basco, l’ETA ha abbandonato definitivamente la lotta armata nel 2011, ma continua la propria battaglia politica per l’indipendenza del popolo basco. Alle ultime elezioni del 2016 ha ottenuto la maggioranza il Partito Nazionalista Basco, conservatore e autonomista ma privo di una chiara aspirazione indipendentista.
  • In Catalogna, le elezioni del 2015 hanno visto i partiti indipendentisti ottenere sì la maggioranza, ma di appena 9 voti. Dunque, un Parlamento spaccato in due. Come, d’altronde, risulta spaccata in due la stessa società catalana. Se si guarda infatti al referendum del 1 ottobre, due dati devono far riflettere:
    • “Solo” il 43,03% degli aventi diritto si è recato a votare. Tutta colpa delle intimidazioni della polizia spagnola? Improbabile. È evidente che una grossa fetta della società catalana (se non la maggioranza) sia contraria all’indipendenza dalla Spagna.
    • Tuttavia, di questo 43,03%, ben il 92,01% si è espresso a favore dell’indipendenza catalana.

La Spagna rischia la deflagrazione? C’è il rischio di un “effetto domino” qualora la Catalogna riuscisse a raggiungere l’indipendenza? Per rispondere, ogni dettaglio culturale e identitario deve cedere il posto a un “vecchio” elemento: l’economia. Semplicemente, la Spagna non può economicamente permettersi una secessione né della Catalogna né del Paese Basco. Non a caso, la differenza centrale tra questi ultimi e le altre comunità spagnole è che queste possono avere al massimo la volontà di essere indipendenti, mentre la Catalogna e il Paese Basco avrebbero senz’altro anche la possibilità (economica) di esserlo.


A cura di Samuele Nannoni

Samuele Nannoni
Samuele Nannoni
Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Fino all'avvento del covid, ho lavorato del campo dell'organizzazione eventi. Qui su TomorrowNews mi occupo soprattutto di politica, democrazia e interviste. Sono il fondatore e coordinatore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la composizione di organi collegiali, ovvero Assemblee deliberative.

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