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lunedì 23 Novembre 2020
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Spagna: i motivi della crisi di uno stato che rischia l’implosione – I parte

In queste ultime settimane l’attenzione dei media si è concentrata su quanto sta accadendo in Catalogna. Una regione ricca, di storia e di risorse, con una propria identità, una propria lingua – il catalano – che aspira ad una sempre maggior autonomia dal resto della Spagna, o addirittura all’indipendenza da Madrid.

Proprio su quest’ultimo punto si è tenuto il referendum di domenica primo ottobre; ai cittadini catalani è stato chiesto se volessero che la Catalogna diventasse uno stato indipendente con una forma di governo di tipo repubblicana. Già, il repubblicanesimo; ecco un altro tratto distintivo degli indipendentisti catalani. L’intento di questi ultimi è riscattare una volta per tutte la propria terra dalla bruciante sconfitta del 12 settembre 1714, quando la Corona spagnola dei Borboni conquistò definitivamente Barcellona, annettendo l’intera Catalogna alla Spagna; una data divenuta festa nazionale catalana con il nome di Diada e celebrata ogni anno con grandi e sentite commemorazioni pubbliche.

Tuttavia, quella con la Catalogna non è, per la Spagna, l’unica lotta intestina. Lo stato spagnolo si compone di una pluralità di identità e nazionalità che ne fanno un paese con un equilibrio a tratti precario, spesso sull’onda dell’instabilità. Ma è sempre stato così? Perché la Spagna “non può permettersi”, in sostanza, una secessione della Catalogna? Torniamo un po’ indietro nel tempo, quel tanto che basta per comprendere a fondo la realtà spagnola del presente.

Dalla fine dell’Impero alla fine del franchismo

Agli albori dell’Ottocento la Spagna si presentava ancora come un ricco e vasto impero coloniale. Se, fino a quel momento, era stata la Castiglia, la parte centrale del regno, a rappresentare il traino economico – oltre che politico – del paese, tra la metà e la fine del XIX secolo le cose cominciarono a cambiare. Con la perdita delle ultime colonie nella guerra ispano-americana del 1898, cominciarono a venire meno le risorse strategiche che avevano consentito fino a quel momento alla Castiglia di mantenere un rapporto di supremazia sulle altre regioni che componevano il regno.

Due di queste in particolare, la Catalogna e il Paese Basco, che – oltre a possedere una propria secolare e specifica identità culturale e linguistica – avevano già avviato un processo di industrializzazione che non aveva invece interessato la Castiglia, cominciarono a fare leva sul cambiamento dei rapporti di forza economica tra centro e periferia del regno per acquisire una sempre maggior autonomia da questo. Sorsero così i primi movimenti nazionalisti; nelle due regioni, essi assunsero carattere politico, mentre in Galizia il nazionalismo si configurò di tipo esclusivamente culturale.

Tra i movimenti sussistevano rilevanti distinzioni. Infatti, se il Partito nazionalista basco (fondato nel 1895) decise di impegnarsi in un recupero della lingua basca, ormai caduta in disuso, e nell’edificazione di una “stirpe basca” composta da chiunque avesse avuto i nonni di nazionalità basca, il nazionalismo catalano espresso dalla Liga regionalista (nata nel 1901) si presentava come molto più aperto e inclusivo e si fondava su elementi identitari ben più saldi; primo fra tutti la lingua catalana, parlata ormai da secoli e mai dimenticata.

Un primo traguardo per i catalani fu raggiunto nel 1914, con la creazione della Regione della Catalogna, dotata di un proprio governo e di una propria amministrazione. Ebbe vita breve, appena nove anni. Vi pose fine, nel 1923, la dittatura del militare Miguel Primo de Rivera, che represse ogni istanza autonomista. Tuttavia, al termine di questa parentesi – conclusasi con la caduta del regime de Rivera e della stessa monarchia spagnola, e con la conseguente nascita della Seconda Repubblica Spagnola – le istanze autonomiste conobbero un periodo ancor più florido.

La Costituzione repubblicana del 1931, infatti, riconobbe piena autonomia politica alle regioni storicamente riconosciute come autonome, ovvero Catalogna, Paese Basco e Galizia; non c’è poi molto da stupirsi, dunque, se i movimenti autonomisti ed indipendentisti presenti oggi in Spagna sono anche, per la maggior parte, di estrazione repubblicana. Peccato, però, che l’attuazione di quanto previsto in Costituzione non si realizzò mai; semplicemente, non ve ne fu il tempo.

Nel 1936 scoppiò la guerra civile tra repubblicani e nazionalisti, che tre anni dopo vide trionfare questi ultimi, capeggiati dal generale Francisco Franco. Così come de Rivera pochi anni prima, anche Franco procedette ad una repressione di ogni autonomia regionale, spingendosi fino a vietare l’uso di ogni altra lingua che non fosse il castigliano su tutto il suolo spagnolo.

Nel 1959, quando, a quasi 15 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il regime di Franco rimaneva ancora saldamente in piedi, nel Paese Basco nacque l’ETA. Acronimo di Euskadi Ta Askatasuna, letteralmente “Paese Basco e Libertà” in lingua basca, l’ETA fu un’organizzazione terroristica finalizzata, in primo luogo, all’abbattimento del regime franchista e, in seconda istanza, ad ottenere l’indipendenza.

Nel dicembre 1973 un suo attentato portò all’uccisione di Luis Carrero Blanco, il delfino di Franco, destinato a succedergli. Di fatto questo atto rappresentò per il regime l’inizio della fine. Per il ritorno a una Spagna democratica dovettero trascorrere altri due anni; finché, nel 1975, la morte dello stesso Franco segnò la fine della dittatura e l’inizio della cosiddetta transición.


A cura di: Samuele Nannoni

Samuele Nannoni
Samuele Nannoni
Sono nato nel 1993 a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Fino all'avvento del covid, ho lavorato del campo dell'organizzazione eventi. Qui su TomorrowNews mi occupo soprattutto di politica, democrazia e interviste. Dal 2018 sono il coordinatore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica per la composizione di organi collegiali deliberativi. Dal 2020 sono anche tesoriere dell'associazione PoliticiPerCaso (www.politicipercaso.it), che mira a introdurre le Assemblee dei Cittadini estratti a sorte in Italia con una legge di iniziativa popolare.

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