Seguendo la terminologia proposta da diversi politologi anglosassoni tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo millennio, si definisce rogue state (stato canaglia, in italiano) “stato che, in modo più o meno attivo e palese, sostiene o fomenta il terrorismo internazionale”.

Il termine poggia sul significato inglese di rogue, che indica un comportamento scorretto tipico di una persona inaffidabile, senza principi. Sui giornali, nella sezione che tratta di politica estera, non è impossibile imbattersi in questo termine. Afghanistan, Iraq, Libia sono alcuni degli stati definiti come tali e verso i quali si è poi intervenuto.

Non capita mai di sentir parlare di stato fantasma. D’altronde, questa definizione non esiste. Uno stato non può essere fantasma, o esiste o non esiste. Prendete i tre Paesi sopraccitati: essi esistono (chi più e chi meno grazie agli interventi occidentali volti alla loro democratizzazione) e sono tutt’ora segnati sui planisferi. Prendete, invece, la Lapponia o la Padania (non me ne voglia Bossi e alcuni ferventi sostenitori del Carroccio): essi sono “stati” inesistenti (almeno oggi, giorno in cui scrivo. Del domani non vi è certezza.) e come tali non compaiono sulla cartina. O meglio, sono regioni che vorrebbero essere un giorno stati (Catalunya docet ).

Non è mai esistito un Paese fantasma. Esistono, e in Italia non sono poche, le città fantasma: piccole frazioni disabitate, arroccate in luoghi impervi, completamente svuotate della loro popolazione. Adesso provate ad immaginare uno di questi piccoli paesi completamente vuoto e trasponete il concetto ad uno Stato. È una cosa impossibile, me ne rendo conto. Eppure, esiste per davvero un posto così. È il Sud Sudan, un Paese fantasma.

I motivi per definirlo fantasma sono tanti. Fermate una persona qualsiasi e chiedetegli dove si trova il Sud Sudan. La risposta più ovvia, e quindi per il rasoio di Ockham quella giusta, sarà “a sud del Sudan, no?”. Esatto, proprio lì, sotto al Sudan. Ma se incalzate il vostro interlocutore, forse non sarà in grado di collocarvi con esattezza il Sudan o Il Sud Sudan. Ecco, il Sud Sudan si trova qua.

Il Sud Sudan è il più giovane stato al mondo: è nato dopo un referendum il 9 luglio 2011, dopo anni di serrati combattimenti e di sanguinose faide. La pace all’interno del paese durò meno di un battito di ciglia, tant’è che nel 2013 iniziarono nuovi scontri all’interno della neonata nazione centrafricana.

Il Sud Sudan è un paese fantasma perché la gente muore, ogni giorno, uccisa da miliziani e forze paramilitari senza che nessuno fotografi o riporti queste morti sui mezzi stampa. Ha fatto notizia la morte di tre operatori del Programma Alimentare Mondiale (PAM), impegnati sul suolo africano per contrastare una gravissima carestia che rischia di costare la vita a 30 milioni di persone tra Sud Sudan, bacino del Corno d’Africa e bacino del Lago Chad.

Il presidente Salva Kiir è accusato di crimini contro migliaia di civili di etnia Nuer. L’accusa è mossa da sei gruppi politici, tra cui Sudan People Liberation Movement-In Opposition (SPLM-IO), il Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), il National Democratic Movement (NDM), che hanno denunciato esecuzioni sommarie e violenze diffuse da parte dei dinka, l’altro gruppo etnico che compone la popolazione locale.

Finora sono state più di tre milioni le persone costrette ad abbandonare le loro abitazioni e i loro villaggi: l’ultimo esodo simile in Africa avvenne nel 1994 in Rwanda – anche in quel caso, l’Occidente, gli USA, l’Europa e le Nazioni Unite guardarono ma non intervennero tempestivamente, per poi gridare all’eccidio.

Considerato che la popolazione totale si aggira intorno agli undici milioni (spunto di riflessione interessante: come si può procedere ad un censimento in una condizione simile? Come si fa a sapere quante persone vivono in un paese dilaniato dalla guerra e molto lontano da un “normale” livello di sviluppo), il numero di sfollati è di poco inferiore ad un terzo della popolazione complessiva. Le difficoltà economiche della popolazione sono testimoniate anche dallo scarso numero di profughi diretti verso l’Europa: il viaggio della speranza è, tranne per pochi, troppo costoso (e impervio) da affrontare.

I primi scontri, terminati nel luglio 2015 grazie ad un temporaneo accordo di pace internazionale e al successivo invio di Caschi Blu da parte delle forze ONU, furono caratterizzati dall’estrema violenza e dalla brutalità delle azioni commesse. Nel luglio del 2016 gli scontri sono ripresi e tutt’ora proseguono nel più totale silenzio internazionale. Le fonti da cui attingere sono scarse, ma i dati forniti dall’ONU non sono rassicuranti e parlano di migliaia di persone in fuga dal paese.

Nel Sud Sudan oggi si continua a morire, senza che la sempre attenta ai human rights and global peace Europa metta naso nella questione. In futuro probabilmente ci si chiederà come sia potuto succedere tutto questo, dov’eravamo noi e dov’erano gli stati e le organizzazioni internazionali mentre questo paese moriva dilaniato da faide interne. Così come successe per il Rwanda nel 1994, il Mondo guarda da un’altra parte.

Dopo aver letto questo articolo, approfondite il discorso e prestate attenzione all’evolversi della vicenda, per non essere anche voi responsabili della guerra civile nel Paese fantasma.


A cura di: Filippo Fibbia

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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
1 Comment

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  • La calda estate del Sudan

    8 Luglio 2019 - 13:28

    […] di presentarsi con una sola voce e una sola posizione ben delineata. Senza dimenticare che, come già scritto un po’ di tempo fa a proposito del Sud Sudan, il nuovo “fratello” del Sudan versa anch’esso in difficili condizioni che non aiutano di […]

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