Il Sudafrica, benché si presenti come la Rainbow Nation, è un Paese in cui le diseguaglianze e le contraddizioni saltano immediatamente all’occhio. Un caso emblematico è quello della città di Capetown, dove dalla vetta della Table Mountain i visitatori possono scorgere un duplice panorama: da un lato “Robben Island”, isola-prigione che detenne gli attivisti politici in opposizione al regime dell’apartheid e dove anche Nelson Mandela scontò la sua condanna; dall’altro il Cape Town Stadium, costruito appositamente per ospitare i campionati mondiali di calcio nel 2010.

Afrikaner e apartheid “in pillole”

Sin dai primi insediamenti europei, il controllo politico del Sudafrica passò dalle mani degli inglesi a quelle degli eredi dei boeri, i colonizzatori di origine olandese del Sudafrica che, a partire dal XX secolo, vennero identificati soprattutto come afrikaner. Il termine fu coniato dagli stessi colonizzatori olandesi, francesi e tedeschi per distinguersi dal resto della popolazione.

Gli afrikaner investirono molto sulla storia per difendere la propria identità davanti all’incombenza della potenza e della cultura britannica. Per anni, l’asse portante della storia del Sudafrica fu composta da racconti di lotte per l’indipendenza dagli inglesi: ciò causò sofferenza, ma anche orgoglio e sollecitazione. È interessante notare come gli afrikaner, una volta ottenuta la libertà, si siano a loro volta accaniti contro gli africani in una forma di oppressione totalizzante e discriminatoria. L’apartheid, termine che significa “separare e mettere da parte”, attraverso le sue leggi creò una netta divisione sociale ed economica.

Le leggi repressive diedero la spinta per la nascita di un nuovo nazionalismo, tutto africano, nato dalla volontà di cambiamento e dalla consapevolezza dei propri valori e della propria cultura.

La produzione di storie che riguardarono l’esaltazione dell’ANC (African National Congress) come movimento di liberazione e di lotta contro l’apartheid, specialmente dopo l’avvento della democrazia, contiene un intrigante paradosso. Durante l’apartheid, il progetto di produrre storie e miti fu un obiettivo consapevolmente ricercato per la legittimazione del potere afrikaner, da sempre favorevoli ad una politica razzista. Negli anni dopo l’apartheid invece, creare contro-narrazioni, attraverso il recupero di memorie nascoste e represse, implicò una presa di posizione contro il vecchio regime e verso un monopolio del potere politico da parte del movimento di liberazione.

Il post-apartheid e l’elezione di Nelson Mandela a Presidente del Sudafrica

A seguito degli eventi che condussero alla fine dell’apartheid, si instaurò gradualmente una nuova epoca storica per il Sudafrica, definita “storia ritrovata” a partire dalla scarcerazione di Mandela e soprattutto dalle prime elezioni democratiche del 1994.

Come rilevano diversi storici, tra cui Ali Mazrui, un aspetto peculiare dell’Africa postcoloniale è la sua necessità di “comprendersi”, ovvero, di stabilire nuovi equilibri con la sua storia “travisata” e scritta dai colonizzatori. La storia “ritrovata” del Sudafrica risale ai tempi più recenti poiché la scarsità di fonti in particolare scritte ed elaborate dagli stessi africani hanno ostacolato una storiografia ufficiale. Negli anni emersero nuovi processi, in cui la Memoria e la ricerca di Verità furono adottati come strumenti di riappropriazione di un passato che non sarebbe più dovuto tornare. Su questi presupposti, fu istituita la “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” per indagare sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse tra 1960 e 1994 con un confronto diretto tra vittime e carnefici.

La strada del Sudafrica per uscire dall’apartheid è stata descritta come “miracolosamente” pacifica, fatto che in parte può essere considerato vero. Dopo 250 anni di oppressione coloniale seguiti da quasi un secolo di segregazione razziale e 46 anni di supremazia bianca, con le prime elezioni democratiche nel 1994, fu formato un governo nazionale che mise fianco a fianco i nemici di ieri sotto la guida di Nelson Mandela e l’Arcivescovo Desmond Tutu lanciò l’idea della “Rainbow Nation”. Così, nello spirito di una società “rinata”, le ferite del passato avrebbero dovuto essere guarite e il paese avrebbe potuto volgersi verso il suo futuro pacifico e multietnico. Tuttavia, per molti, in particolare per la maggioranza della popolazione africana, il passato rimase vivido e questo attutì le aspettative dell’immediato post-1994 lasciando spazio alla disillusione. Per questo il post-apartheid può essere designato come la storia della liberazione del paese e la fine del regime, che, tuttavia, ha lasciato retaggi che vanno oltre la sua scomparsa.

Il mancato “Rinascimento Africano” e un futuro pieno di incognite

Il post-apartheid può essere quindi descritto da una duplice relazione con la memoria. Da un lato, i processi di riconciliazione, nazionalizzazione e abolizione del sistema basato sulla “linea di colore” diedero inizio ad una rottura definitiva con il passato. D’altra parte, una forma di risentimento riflesse la realtà ambivalente e dolorosa di un passato che fu ed è tutt’ora profondamente presente negli strati sociali, negli elevatissimi tassi di disoccupazione e nelle diseguaglianze delle condizioni di vita.

Esaurita la fase “eroica” per la liberazione del Sudafrica, i leader dell’ANC non si sono dimostrati all’altezza del compito a cui erano chiamati di risollevare l’economia del paese ed abbattere le disparità sociali esistenti. Il Sudafrica “post Mandela” ha pagato il prezzo di una retorica fatta di slogan (come per esempio il “Rinascimento Africano” del presidente Thabo Mbeki) proposti per rafforzare l’immagine del paese e del partito. Questi slogan hanno avuto un effetto immediato che si è esaurito nello spazio della loro esposizione. Infatti, come la storia insegna, venuta meno l’euforia e l’energia del primo momento, se alle parole non seguono i fatti, a questo tipo di sentimenti subentra la delusione, che spesso sfocia in proteste ed episodi di violenza. La retorica demagogica che ha pervaso il Sudafrica post-Mandela portò con sé il gene della disgregazione. L’ex presidente Zuma, combattente contro l’apartheid, una volta raggiunto il potere si è distinto come un politico estremamente corrotto.

La presa di coscienza collettiva del tempo perduto, insieme alla consapevolezza dell’incompiutezza degli obiettivi, dovrebbero essere passi necessari per il Sudafrica nel costruire un nuovo futuro. Nonostante l’ascesa di Cyril Ramaphosa dalla scorsa primavera abbia alimentato molte speranze verso un ritorno ai valori della svolta democratica, il popolo sudafricano è ancora in attesa di provvedimenti realmente in grado di condurre il Paese verso un benessere diffuso.


A cura di Valentina Pioner

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Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
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