L’11 luglio 2019 il Senato ha approvato in seconda lettura il DDL Costituzionale “in materia di riduzione del numero dei parlamentari”. Se confermato anche alla Camera, esso prevederebbe quanto segue:

  • Una Camera dei Deputati (art. 56 cost.) formata da 400 membri, anziché 630, otto dei quali eletti nella circoscrizione Estero (invece che dodici).
  • Un Senato della Repubblica (art. 57 cost.) formato da 200 membri, anziché 315, quattro dei quali eletti nella circoscrizione Estero (invece che sei).
  • La ripartizione dei seggi tra le Regioni o le Province autonome effettuata in proporzione alla loro popolazione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti (sistema proporzionale).
  • L’introduzione di un numero massimo di Senatori a vita (cinque), impedendo così di interpretare lo stesso limite numerico come limite quantitativo dei nominabili da ogni singolo Presidente della Repubblica.
  • L‘entrata in vigore a partire dal prossimo scioglimento delle Camere.

L’attuale Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e l’attuale Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro hanno sostenuto che il risparmio generato dalla revisione costituzionale ammonterebbe a 100 milioni l’anno. Tuttavia, secondo uno studio dell’Osservatorio dei Conti Pubblici presieduto da Cottarelli, esso varrebbe solo 57 milioni all’anno e 285 milioni a legislatura. Una cifra significativamente più bassa di quella enfatizzata dai sostenitori della riforma (e pari appena allo 0,007% della spesa pubblica italiana). Come ricorda Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, un intervento al cuore della democrazia difficilmente può essere concepito per sole ragioni pecuniarie. Esse possono costituire un’apprezzabile conseguenza, ma la ragione preminente di una riforma di tale portata, afferma il giurista, deve risiedere nella volontà di miglioramento ed efficientamento del sistema.

Al di là dei proclami, i nuovi partner di governo sembrano mossi soprattutto da ragioni di opportunità politica. Il M5S, con l’approvazione del “taglio dei parlamentari”, da un lato si riporterebbe al centro della scena mediatica, dall’altro tornerebbe a dettare l’agenda di governo (nell’esecutivo Conte I ciò si è verificato soltanto con provvedimenti come il Decreto Dignità, il Reddito di cittadinanza e la Legge Spazzacorrotti). Tutti i partiti che sostengono l’attuale esecutivo, inoltre, sono orientati ad “approfittare” della riforma costituzionale per approvare una legge elettorale di natura proporzionale.

 

I rischi della riforma: pari governabilità, minore rappresentatività

Eleggere un Parlamento formato da 600 membri è molto diverso dall’eleggerne uno da 915. È il problema della sua rappresentatività. Facciamo un esempio sulla Camera dei Deputati: se pensiamo alla popolazione italiana (circa 60 milioni di abitanti), ogni abitante viene oggi rappresentato da circa 10 Onorevoli per milione di abitanti. Con il famigerato “taglio dei parlamentari” il numero scenderebbe a circa 6 Onorevoli per milione di abitanti: per chi aspira a fare il parlamentare non sono certo buone notizie.

Avere meno rappresentanti significa aumentare la competizione elettorale, poiché per riuscire a conquistare il seggio elettorale serviranno molti più voti di prima. È un po’ come il gioco delle sedie che facevamo durante le feste: il numero di bambini resta lo stesso, ma le sedie vengono via via ridotte, costringendo molti dei giocatori che in precedenza potevano partecipare a rimanere esclusi. Nel diritto elettorale e parlamentare questa si chiama soglia di sbarramento implicita. Infatti, almeno formalmente, la soglia di sbarramento (livello minimo di voti necessari per accedere alla ripartizione dei seggi) potrebbe anche essere bassissima (ad esempio al 2 o al 3 percento). Nella sostanza però, se i seggi in palio fossero pochi, solo i partiti e i candidati più votati potrebbero ambire a vincerne uno. In altre parole, i partiti più piccoli verrebbero implicitamente esclusi, a vantaggio di quelli capaci di coagulare più voti.

Ecco dov’è allora il problema della rappresentatività (messo più volte in luce dalla Corte Costituzionale, come con le sentenze 1/2014 e 35/2017). La Consulta aveva consigliato al legislatore di creare meccanismi elettorali che avvicinassero eletto ed elettore, atti ad evitare due cose: da un lato, che un partito con il 25% dei voti ottenesse il 51% dei seggi in Parlamento. Dall’altro, che l’opposizione fosse troppo frammentata.

Non c’è dubbio che aumentare la soglia di sbarramento implicita sia anche espressione di un sistema elettorale maggioritario. Ciononostante, un sistema maggioritario così delineato ridurrebbe certamente la frammentazione delle opposizioni in Parlamento (come consiglia la Consulta). È qui che sorge l’inghippo che i due partiti di Governo intendono risolvere quanto prima: come abbiamo sopra riportato, il sistema elettorale già proposto nel DDL Costituzionale dovrà essere proporzionale. Ciò significherebbe rappresentatività massima e frammentazione del Parlamento. È vero che così si risponderebbe all’altro consiglio della Consulta, ma è anche vero che difficilmente i piccoli partiti potranno essere rappresentati con meno seggi a disposizione e che, dopo tutto, governare diventerà molto difficile (senza accordi di coalizione).

 

Il proporzionale come “Conventio ad excludendum” nei confronti dei sovranisti

Al netto delle indicazioni della Consulta, è sufficiente osservare i sondaggi per comprendere come i nuovi alleati siano mossi da un opportunismo squisitamente politico. Come mostrato da YouTrend il mese scorso, quando la crisi di governo non era ancora giunta al suo epilogo, in caso di elezioni anticipate la legge elettorale attualmente in vigore consentirebbe a Salvini di avere la strada spianata verso Palazzo Chigi. Un’ipotetica coalizione al fianco di Fratelli d’Italia e di Cambiamo, il partito fondato dal governatore della Liguria Giovanni Toti, verosimilmente farebbe man bassa di quasi tutti i collegi.

Tuttavia, con una modifica orientata alla “proporzionalizzazione” della Legge Rosato, le carte in tavola cambierebbero. Con la rimozione della “quota maggioritaria” Salvini, stando ai sondaggi odierni, difficilmente raggiungerebbe la maggioranza in Parlamento. L’ex Ministro dell’Interno evidentemente non sarebbe il solo a non riuscirci, tanto che pure Walter Veltroni si è spinto a sottolineare il “rischio ingovernabilità”. Eppure, non sarebbe una prima volta per il nostro Paese: dal 1946 al 1993 ha retto un sistema puramente proporzionale, tra boom economico e debito pubblico alle stelle.

Al di là dei buoni propositi enunciati in questi giorni dai protagonisti del nuovo esecutivo, l’alleanza PD-M5S sorge con la “benedizione internazionale” come una sorta di “Conventio ad excludendum” nei confronti di Salvini e di ogni ipotesi di governo sovranista. Il nostro Paese, dopo esser stato quello più vicino alla rivoluzione comunista prima dell’avvento del regime fascista, tra i membri del Patto Atlantico è sempre stato un osservato speciale, per il “pericolo rosso” costituito dal Partito Comunista “più forte dell’Occidente”. Oggi siamo “sorvegliati speciali” oltreoceano per il rischio di una deriva “filo-putiniana” e da Bruxelles per la medesima ragione, oltre che per l’annosa questione della precarietà dei conti pubblici.

L’approvazione di una legge elettorale proporzionale, nelle intenzioni di chi la propone, è volta a neutralizzare il rischio di una deriva fuori dai binari “atlantisti” ed “europeisti”, mettendo nelle condizioni Salvini di non poter più vincere alleato con la sola Giorgia Meloni. Per questo il tanto acclamato “taglio dei parlamentari” sembra essere uno specchietto per le allodole. Ciò nonostante, la storia insegna come molto spesso il tentativo di disegnarsi la legge elettorale “ad hoc” produca l’effetto opposto (vedi la Legge Rosato per penalizzare il M5S, vedi il Mattarellum, che consentì a Berlusconi di vincere a sorpresa nel 1994). Credere di poter sconfiggere il proprio avversario limitandosi ad apporre emendamenti alle “regole del gioco” appare illusorio, soprattutto perché l’elettorato, nella maggior parte dei casi, tende ad interpretare tali modifiche come “manovre di palazzo volte ad ostacolare la volontà popolare”. D’altronde, siamo sempre al gioco delle sedie: l’importante non è partecipare, ma vincere. Non esattamente un encomio alla democrazia.

 

Rebus legge elettorale: un’alternativa possibile

Proprio per queste ragioni, un gruppo di organizzazioni dedite all’innovazione politica e democratica (ODERAL, Democrazia Radicale e Eumans) hanno presentato a luglio, durante una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, un Manifesto e un Appello all’allora governo gialloverde e a tutto il Parlamento affinché ad elaborare una nuova legge elettorale non siano le forze politiche, bensì gli stessi cittadini.

È evidente infatti che le forze politiche siano sempre in conflitto di interesse nel definire il sistema con cui chiamare al voto gli elettori, data la loro fisiologica inclinazione a promuovere leggi che favoriscano l’interesse della propria fazione, piuttosto che quello dei cittadini. Come garantire allora una legge elettorale scevra da conflitti di interesse e che si preservi nel tempo, a garanzia della stabilità istituzionale? All’estero alcune classi dirigenti si sono poste il problema, individuando una soluzione apparentemente banale: lasciando che a sceglierla siano i cittadini invece che i partiti. È il modello della Citizens’ Assembly, Assemblea Cittadina, che da oltre vent’anni sta moltiplicando le sue applicazioni in giro per il mondo. Si tratta di cittadini selezionati con campionamento casuale su tutto il territorio nazionale, nel rispetto dell’equilibrio di alcuni criteri quali genere, età, luogo di residenza e livello di istruzione, che vengono chiamati a discutere e a deliberare su uno o più temi di interesse pubblico e generale in un arco definito di tempo e di incontri. La deliberazione dell’Assemblea Cittadina è infatti il frutto di un lungo processo, corroborato dal supporto e l’intervento tanto di esperti in materia, che garantiscono un confronto serio e costruttivo, quanto di gruppi di interesse, chiamati a presentare in modo chiaro il loro punto di vista sulla questione. I membri dell’Assemblea sono così chiamati a scegliere sulla base di un’ampia valutazione complessiva.

 

Va da sé che il tema della legge elettorale si presta al meglio a questa sperimentazione. Se da una parte riscontriamo nei partiti un’inclinazione a promuovere leggi nel proprio interesse, il cittadino chiamato prendere decisioni per la propria comunità̀ e, di riflesso, per sé, sarà̀ invece maggiormente incline a promuovere soluzioni nell’interesse generale e in un orizzonte di lungo periodo; esattamente le due caratteristiche che una buona elettorale dovrebbe possedere. Un’ipotesi ulteriore, già sperimentata in Irlanda, è poi quella di unire nella stessa Assemblea cittadini comuni (in maggioranza, per circa i due terzi) e politici di tutte le forze, scegli dai partiti (un terzo). Ciò avvicina ulteriormente eletti ed elettori, che per la prima volta si trovano fianco a fianco a collaborare ad un unico progetto; con la possibilità di ascoltarsi, confrontarsi e comprendere di più i punti di vista dell’altro.

A sostegno di questo modello si possono citare alcuni esempi di successo a livello internazionale: dalle Assemblee Cittadine negli stati canadesi della Columbia Britannica e dell’Ontario (2004 -2007), al simile forum civico olandese (2006), già quindici anni fa potevamo contare i primi casi di riforme elettorali approvate da organi sorteggiati. Il valore della proposta emersa dall’Assemblea Cittadina è stato in alcuni casi consultivo, in altri vincolante ma condizionato in seguito a referendum popolare. Tutto ciò ci dice una cosa soltanto: si può fare! E, allora, facciamolo!


A cura di Ermanno Salerno, Michele Seremia e Samuele Nannoni

 

The following two tabs change content below.
Tomorrow
Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
author

Tomorrow

Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
Show Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *