18.4 C
Roma
giovedì 29 Ottobre 2020
- Advertisement -

Benvenuti in Tanzania: la terra che inventò la nazione per avere la pace

Mappa Tanzania

Nata nel 1964 dall’unione degli ex protettorati britannici di Tanganika e Zanzibar, da mezzo secolo la Tanzania rappresenta il paese pacifico per antonomasia. Un caso più unico che raro, se si pensa al contesto geopolitico nel quale è inserita. Uganda, Rwanda, Burundi, Congo, Kenya, Malawi, Mozambico, Zambia: dopo l’indipendenza, sono stati molti i paesi vicini ad essere precipitati in una drammatica spirale di attentati terroristici, guerre civili e pulizia etnica.

La stessa società della neonata Tanzania alla metà del XX secolo appariva profondamente frammentata da barriere religiose, razziali e linguistiche, spesso sovrapposte alle disuguaglianze economiche e geografiche, giacché le aree costiere avevano storicamente tratto vantaggio dalla loro posizione privilegiata lungo le rotte commerciali. Le amministrazioni coloniali, poi, avevano investito molto poco sulle infrastrutture nazionali. Inoltre, già prima dell’indipendenza si contavano episodi bellici come la rivolta di Mkwawa e le guerre Maji-Maji. Insomma, le probabilità che in Tanzania scoppiasse un conflitto civile erano molto simili, se non addirittura superiori, a quelle dei paesi vicini.

 

Deus ex machina: Julius Kambarage Nyerere

Il neopresidente Nyerere era pienamente consapevole delle sfide date dall’eterogeneità sociale della Tanzania. Come da lui più volte ripetuto, lo scopo primario della sua azione politica sarebbe dunque stato la creazione di un’unione emotiva, un sentimento di comunità nazionale in un popolo frammentato. Non certo una sfida semplice! Oltre alla scomoda presenza delle comunità asiatiche, persiane ed europee, gli stessi africani erano divisi in almeno 120 gruppi etnici, ciascuno con la propria lingua e ulteriormente divisi tra musulmani, cristiani e culti animisti. Fatta la Tanzania, restavano da fare i tanzaniani.

Il percorso intrapreso da Nyerere volse dunque fin da subito verso la costruzione di una nazione tanzaniana. Al contrario dei nazionalismi europei e delle guerre mondiali che ne sono seguite, qui il nazionalismo poggiava su una salda idea di coesione fraterna non solo nazionale, ma panafricana. Forte di una salda ideologia socialista, Nyerere incoraggiò sempre una costruzione nazionale inclusiva, estesa quindi anche alle comunità asiatiche, persiane ed europee, ma anche alle migliaia di rifugiati che affluirono in Tanzania durante la sua presidenza. L’ideologia nazionale tanzaniana si caratterizzava così per la sua impronta pacifista fin dal principio.

 

La via tanzaniana al socialismo: il progetto Ujamaa

L’idea degli Ujamaa, le comunità di villaggio, fu invero piuttosto semplice. Laddove l’entroterra tanzaniano era punteggiato da miriadi di piccole società tribali, si fondarono invece dei centri urbani dotati di tutti i servizi fondamentali (scuole, ospedali, uffici pubblici) dove far coesistere i vari gruppi etnici. Sebbene in parte forzata e scarsamente produttiva in termini di risultati economici, questa esperienza è stata decisiva per il successo della costruzione della nazione in Tanzania. In un ambizioso progetto di ingegneria sociale, i villaggi di Ujamaa divennero centri di dialogo e convivenza tra le diverse identità tanzaniane, e permisero alle popolazioni rurali di accedere a servizi pubblici condivisi come infrastrutture, sanità e scuole.

E proprio le scuole divennero il centro della pace tanzaniana. Soprattutto grazie all’impulso deciso di Nyerere, lui stesso maestro per mestiere, le aule scolastiche si trasformarono così in officine dove la nazione veniva forgiata attraverso lo studio della storia comune e la naturale commistione del vivere insieme. L’insegnamento dello swahili, in particolare, ha permesso fin da subito di adottare un linguaggio condiviso da parte di persone provenienti da regioni anche remote. La scelta di questa lingua specifica non è stata peraltro casuale. Lo swahili aveva infatti una lunga storia legata alle rotte commerciali e agli scambi tra comunità, ma simboleggiava anche il tratto originale della neonata Tanzania.

 

Democrazia… con un solo partito!

Dato che le tradizioni e le rivalità tribali erano state ampiamente utilizzate dagli inglesi in ottica divide et impera rispetto ai locali, Nyerere rimpiazzò l’amministrazione coloniale con una nuova, gestita dal proprio partito TANU (Tanganyika African National Union). Il sistema monopartitico esprimeva così la linea presidenziale e diventava la via primaria di un’uguale rappresentanza e partecipazione di tutte le differenti comunità. Per quanto aberrante possa suonare alle orecchie occidentali l’idea di un sistema privo di elezioni, si deve tener presente il contesto in cui questo avveniva. Un paese per la maggior parte analfabeta, ancora privo di università e soprattutto sprovvisto di qualsiasi esperienza democratica. Quella che può apparire come una scelta autoritaria permetteva invece di evitare i pericoli della proiezione delle faglie etniche nel pluralismo politico, aspetto che ha caratterizzato, in modo spesso sanguinoso, le tornate elettorali e la competizione politica di molti paesi, in Africa e nel mondo.

 

Se son rose, fioriranno

L’esperienza politica di Nyerere non è stata certo priva di difetti, e le difficoltà economiche della Tanzania lo portarono non a caso a dimettersi nel 1984. Eppure, il “cemento” della pace nazionale tanzaniana ha resistito all’invasione dell’Uganda di Idi Amin (1979), alla crisi internazionale degli anni ’70-’80 e all’adozione del multipartitismo a partire dal 1995.

In un contesto dove gli stati vicini restano instabili e ogni elezione si può trasformare in una bomba sociale devastante, i rischi per la pace tanzaniana restano presenti.

Fino a oggi, nella storia di guerre e violenze dell’Africa subsahariana, la Tanzania ha rappresentato la piacevole eccezione. Se pure il modello tanzaniano di costruzione della nazione non è immacolato o esportabile ovunque nel mondo, in un contesto globale di crescente balcanizzazione e contrapposizione etnica, l’attenzione internazionale per nuovi strumenti di prevenzione dei conflitti non potrà prescindere ancora a lungo dal paradigma Tanzania .


A cura di Francesco Merlo

Francesco Merlo
Francesco Merlo
Cresciuto tra i boschi e i cinghiali dell'Appennino fiorentino, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione universitaria a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra, per poi trasferirsi in Tanzania; qui ha lavorato un anno come assistente di progetto per lo sviluppo agricolo nella regione di Morogoro. Collabora con il think tank italiano T.wai - Torino World Affairs Institute È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.

Benvenuti in Tanzania: la terra che inventò la nazione per avere la pace

Nata nel 1964 dall’unione degli ex protettorati britannici di Tanganika e Zanzibar, da mezzo secolo la Tanzania rappresenta il paese pacifico per antonomasia. Un...

La missione di APOPO: addestrare ratti per salvare vite

Mai sentito parlare dei ratti-eroi di APOPO? Nonostante l’adozione di un’apposita Convenzione per la messa al bando delle mine antiuomo da parte delle Nazioni Unite...

Un anno a Morogoro: alla ricerca della vera Africa

  L’Africa non esiste. Esistono, forse, tante Afriche. Nei tanti minuscoli frammenti di questa terra, verde per le foreste, rossa per il fango, gialla per le...

Benvenuti in Tanzania: la terra che inventò la nazione per avere la pace

Nata nel 1964 dall’unione degli ex protettorati britannici di Tanganika e Zanzibar, da mezzo secolo la Tanzania rappresenta il paese pacifico per antonomasia. Un...

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisement -
- Advertisement -

Articoli Correlati

- Advertisement -