Il nuovo successo cinematografico di Luca Medici, in arte Checco Zalone, ormai nelle sale da qualche settimana, è già detentore di un record. Si tratta infatti del film che, ad appena un giorno dall’uscita nelle sale, ha incassato più di ogni altro film fino ad ora in Italia.

Ciononostante, giudizi e opinioni sulla pellicola si sono rivelati da subito ben più discordanti tra loro rispetto a quanto accaduto con i vecchi film del comico pugliese. Perché?

Le ragioni forse sono molte, ma una su tutte è evidente. Dalla sua prima pellicola Cado dalle nubi all’ultimo successo Quo vado?, Zalone ha sempre parlato e raccontato di Italia e di italiani attraverso messaggi espliciti. Questa volta no. O meglio, anche Tolo Tolo parla dell’Italia e degli italiani, o forse ancor meglio degli occidentali, ma lo fa in modo implicito, attraverso cioè la narrazione di un qualcosa di “esterno”. Nello specifico, l’Africa e il racconto ironico, paradossale e umoristico del cosiddetto “viaggio della speranza” che molti africani devono compiere per raggiungere l’Europa in cerca di migliori opportunità di vita.

 

Il film – una storia senza trama, ricca di fronzoli

Il protagonista, interpretato da Checco Zalone, è come sempre un provincialotto italiano che decide di scappare in Africa perché sommerso di debiti e di scocciature (tra cui due ex mogli) nel suo paese natio. Nel continente africano Checco entra in contatto con persone realmente disperate, che attraversano gravi difficoltà quotidiane e che cercano di intraprendere il viaggio che li possa condurre ad una vita migliore nel Vecchio Continente.

Dopo ripetuti attacchi terroristici da parte di milizie ribelli, Checco si ritrova anch’esso, insieme a queste persone, a dover compiere questo viaggio per tornare in Europa, affrontando lunghe peripezie attraverso il deserto e il mare.

La trama in realtà può già dirsi conclusa. La carenza di una vera trama è probabilmente il primo punto debole di questo film. Manca un intreccio, una storia o comunque una qualsivoglia costruzione più articolata che tenga lo spettatore incollato allo schermo cercando di prevedere successivi sviluppi. Nel complesso, più che un film, la pellicola appare a tratti più un documentario sul viaggio degli africani verso l’Europa, intervallato da sketch comici, battute, situazioni al limite del paradosso, canzoni e balletti.

Un altro punto che distingue Tolo Tolo dagli altri successi di Zalone e che, almeno a giudizio di chi scrive, lo rende meno apprezzabile è la quantità spropositata di elementi “ornamentali”. Voci fuori campo (i pensieri del protagonista e il “virus fascista” che cerca di impossessarsi di lui), tre canzoni, un balletto e, infine, una animazione in stile cartoon in chiusura del film. Talvolta, melius deficere quam abundare!

Il protagonista durante uno dei suoi attacchi di “virus fascista”

Un film politico? Sicuramente un film troppo attuale

La pellicola, trattando un argomento molto attuale come il fenomeno migratorio, si presta molto facilmente a giudizi o commenti politici e può turbare la sensibilità dell’una o dell’altra parte. Ovviamente, senza accontentare alla fine nessuno.

Spinti dal trailer, in cui veniva cantato il motivetto “Immigrato”, molte persone politicamente orientate a destra avranno probabilmente sperato in un film che li potesse rappresentare nell’andare contro al cosiddetto “buonismo” e “politicamente corretto” delle sinistre nei confronti dei migranti africani. In verità, niente di più lontano dal messaggio profondo del film, che invita invece a riflettere sulla futilità di certe magagne di cui ci lamentiamo noi occidentali, se messe a confronto coi drammi vissuti da chi vive a pochi chilometri a sud dell’Italia.

Emblematica è la scena in cui Checco osserva il telefono colmo di chiamate perse dall’Italia da parte di debitori ed ex-mogli e, lamentandosene, neppure si accorge della bomba che gli scoppia affianco. Oppure il momento in cui, a bordo della carovana che attraversa il deserto, è disperato per aver perso la sua crema facciale al Botox.

Il rovescio della medaglia? C’è. Ed è rappresentato dal fatto che i delicati temi trattati vengono affrontati forse con un po’ troppa superficialità e con un po’ troppa voglia di strappare il sorriso da situazioni in cui, in realtà, da sorridere c’è ben poco.

Le  battute di Checco, seppur inserite in una cornice di ironia in cui vengono stigmatizzate, possono comunque risultare pesanti in chi è maggiormente sensibile al tema e al dramma del viaggio dei migranti. L’insistenza sui soliti leitmotiv del comico (le tasse da pagare, la burocrazia italiana ecc) e lo scherzare su determinate situazioni di sofferenza vera ed attuale può risultare per taluni molto di cattivo gusto.

Di conseguenza, quella parte dell’opinione pubblica più “a sinistra”, quella più attiva nella difesa dei diritti umani e dalla parte delle ONG, probabilmente non apprezza pienamente questo film pur condividendone il messaggio profondo. Il motivo è che forse questo messaggio risulta troppo profondo! E’ giusta l’ironia, ma far cantare e danzare in cerchio dei migranti caduti in acqua dopo il naufragio della barca, come avviene nel film, è qualcosa di forse un po’ più che ironico. Inappropriato, diremmo.

 

Il verdetto

Nel complesso, a insindacabile giudizio di chi scrive, Tolo Tolo si presenta dunque come una pellicola con una scarsa trama, che cerca di mandare un messaggio positivo e profondo, che tuttavia finisce per essere molto depotenziato dall’eccessiva e talvolta inadeguata vis comica ed ironica utilizzata.

E’ un film che divide l’opinione pubblica tra chi non condivide il pensiero del regista, che comunque emerge chiaro, e chi non gradisce certe scelte stilistiche che possono risultare poco sensibili per coloro che pure condividono col regista il medesimo pensiero.

Un film, insomma, che finisce per non accontentare nessuno pienamente.


A cura di Marco Sciolis e Samuele Nannoni

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Marco Sciolis

Marco Sciolis

Sono nato nel 1991 a Firenze e da qualche anno vivo tra il Mugello, in cui sono cresciuto, e Firenze. Mi sono laureato con lode in Psicologia nel 2016 all'Università di Firenze e sono da sempre appassionato di informatica e di nuove tecnologie.
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Marco Sciolis

Sono nato nel 1991 a Firenze e da qualche anno vivo tra il Mugello, in cui sono cresciuto, e Firenze. Mi sono laureato con lode in Psicologia nel 2016 all'Università di Firenze e sono da sempre appassionato di informatica e di nuove tecnologie.
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