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domenica 1 Novembre 2020
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Troppi lupi? La verità è che diamo troppi soldi alla pastorizia.

 

Tanti anni fa in Italia il lupo era sull’orlo dell’estinzione. Oggi, complice l’abbandono della campagna, sta velocemente recuperando il terreno perduto. Non tutti ne sono contenti. Il suo ritorno risveglia il millenario conflitto con il mondo della pastorizia. Gli allevatori lamentano perdite e scarso sostegno. Si incolpa il lupo di far chiudere aziende e causare ingenti danni economici.

Ma è proprio così? Non tutti sanno che la pastorizia è un’attività incentivata con fondi pubblici, senza i quali, in molti casi, non potrebbe stare in piedi. In Europa tutta l’agricoltura lo è, nell’ambito della Politica Agricola Comunitaria (PAC).

Questi incentivi erano in origine giustificati da nobili intenti. La realtà però ha preso una piega diversa. Di fatto l’Unione Europea usa il denaro pubblico per sostenere attività agricole di cui potremmo fare spesso tranquillamente a meno. Grazie a questi aiuti economici infatti sopravvivono molte più aziende di quelle che sarebbero necessarie e sfamare la popolazione di tutta l’Europa. Ciò sottrae inutilmente spazio alla Natura e inasprisce il conflitto con la fauna selvatica che compete con il bestiame per spazio e risorse.

Ha ancora senso spendere tutti questi soldi?

pastorizia

La dipendenza dai fondi pubblici

La PAC pesa per il 39% del bilancio dell’Unione, ossia per quasi 60 miliardi di euro all’anno. Questo denaro proviene dalle tasse pagate dai contribuenti. Non è dunque gratis, soprattutto per paesi come il nostro che ricevono dalla UE meno di quanto versano. Gli agricoltori ottengono questi soldi in vari modi, dalle detrazioni ai pagamenti diretti.

Ma quanto “pesano” questi soldi sul loro reddito? Il dato varia a seconda del paese e della coltura considerata. In Italia, mediamente, i fondi pubblici costituiscono circa il 27% del reddito degli agricoltori. Nel settore dell’allevamento e della pastorizia, il 30%.

È facile capire che, senza questi soldi, gran parte delle attività agricole che li ricevono sarebbero semplicemente costrette a chiudere. L’erogazione del denaro pubblico fa sì che ci siano molti più produttori di quanti ce ne sarebbero altrimenti. E che molto più terreno sia sfruttato e coltivato.

Le ragioni di questa dipendenza? I bassi prezzi dei prodotti agricoli, a causa del libero commercio.

Ma perché diamo denaro pubblico a questi privati cittadini?

La PAC nacque nel dopoguerra quando la produzione agricola in Europa non era tale da renderla autosufficiente. Al giorno d’oggi l’esborso della PAC in genere si giustifica con i benefici che il capillare sfruttamento agricolo del territorio assicurerebbe. Secondo i suoi sostenitori queste attività, in particolare la pastorizia, permetterebbero di:

1) garantire la sicurezza alimentare della popolazione europea,

2) proteggere la biodiversità,

3) “curare” il territorio prevenendo frane, incendi, alluvioni.

Si tratta di argomentazioni fuorvianti e capziose. Spesso sono fatte in buonafede, rivelando scarsa conoscenza di come funziona la Natura da parte di chi le sostiene.

Sono comunque buone per giustificare agli occhi del pubblico meno attento un esborso alquanto consistente.

pastorizia

Sicurezza alimentare? Ma quando mai.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, quasi nessun paese europeo era autosufficiente dal punto di vista alimentare. Si produceva meno cibo di quanto ne servisse dipendendo dai mercati internazionali.

In 70 anni la situazione è radicalmente cambiata. La UE oggi esporta molto più cibo di quanto ne consumi.

Inoltre l’abbattimento delle barriere doganali facilita l’approvvigionamento degli stati membri. Non si possono imporre dazi tra i paesi UE, né porre limiti all’interscambio tra di essi perché le dogane interne sono state eliminate.

Non solo; oltre il 60% dei terreni seminativi d’Europa è destinato alla produzione del foraggio. Come abbiamo detto, non abbiamo niente contro il consumo della carne. Ma produrla su questa scala distrugge più cibo di quanto ne renda disponibile. È un fatto: solo il 10-30% del mangime consumato dagli animali viene convertito in cibo per l’alimentazione umana . Dunque, qualora ci trovassimo in ristrettezze, basterebbe dedicare anche solo una parte di questi terreni alla coltivazione dei cereali per aumentarne drasticamente la produttività.

In queste condizioni è veramente difficile pensare che qualche paese membro possa rimanere a corto di cibo.

La miglior prova che il cibo non ci manca sta nell’imponente flusso di export che dal nostro paese raggiunge il resto del Mondo. Per esempio l’Italia esporta il 18% del Prosciutto San Daniele, il 30% del Prosciutto di Parma, il 40% del Parmigiano e del Gorgonzola. Ma anche metà di tutto il Pecorino, il 56% di tutta la pasta, l’80% del Chianti Classico e, in anni recenti, anche quasi tutto il Provolone.

Non si può sostenere che il cibo ci manchi se poi ne esportiamo così tanto. Se davvero mancasse non lo faremmo. Né destineremmo così tanti terreni alla produzione di vino e spumante.

I fondi europei all’agricoltura e la pastorizia dunque non servono più a garantire la sicurezza alimentare. Di fatto servono a incentivare le esportazioni producendo nel frattempo un effetto dumping non irrilevante.

Non si scherza sulla Biodiversità

Dopo la fine dell’ultima Glaciazione gli alberi si diffusero rapidamente in tutta l’Europa. Gran parte del Continente era ricoperto di foreste. Ma con l’arrivo dell’agricoltura e della pastorizia la faccenda cambiò. Nei fatti, quasi tutte le foreste delle aree planiziali, facili da coltivare, sono state tagliate.

I pascoli e i seminativi sostituirono i boschi. Insieme alla flora cambiò la fauna.

Gli animali legati al bosco, che hanno bisogno degli alberi per trovare cibo e riparo, ridussero di molto il loro areale.

Gli animali legati all’ambiente aperto invece prosperarono. Si tratta di animali originari delle steppe dell’Asia, come l’allodola o la lepre. Senza il taglio delle foreste l’Europa sarebbe sempre stata per loro un ambiente marginale. Ma il taglio degli alberi creava habitat simili a quelli in cui essi si erano evoluti. È l’azione dell’uomo che ne ha permesso la diffusione.

Oggi l’abbandono della campagna cambia di nuovo le carte in tavola. I boschi tornano e per il cervo, il lupo ed il picchio l’ambiente si fa più favorevole.

Non ho niente contro l’allodola. Ma ha senso spendere miliardi per tutelare una specie comunque fuori posto? Ha senso se per farlo danneggiamo gli interessi della fauna realmente nativa?

È un chiaro esempio della sindrome degli shifting baselines. La fauna campestre vive da così tanto tempo intorno a noi che la consideriamo “ naturale”.  Ma la sua diffusione è un artefatto delle attività umane.

Non si può neanche dire, come alcuni fanno, che nei prati ci sia più biodiversità che nei boschi. Si tratta semplicemente di specie diverse.

Per esempio, nei boschi non ci sono gli sgargianti insetti dei campi. Ma ci sono i colorati coleotteri del legno, guarda caso uno dei gruppi animali più diversificati, rari e minacciati del nostro Paese.

Con meno fondi all’agricoltura e alla pastorizia la fauna campestre non sparirebbe. Ma ci sarebbe indubbiamente più spazio per quella nativa, perché meno territorio sarebbe coltivato.

Una frana di sciocchezze

Un’altra popolare teoria suggerisce che la pastorizia possa, in qualche modo, porre un freno al dissesto idrogeologico. Ci viene ripetuta in continuazione, come un rosario. Ci si guarda bene però dallo spiegare come questo possa avvenire.

Vediamo i fatti. Branchi di erbivori al pascolo divorano qualunque pianta commestibile trovino sulla loro strada. Insieme all’erba mangiano  anche le giovani plantule di molte specie arboree. Se il pascolamento si mantiene intenso nel tempo la naturale rigenerazione delle foreste ne risulta impedita.

Dovremmo dunque concluderne che, secondo i sostenitori di questa curiosa teoria, i prati proteggano meglio dei boschi i versanti dall’erosione. Naturalmente è una balla, e la scienza lo dimostra. Le loro supposizioni, del resto, non si basano sulla ricerca scientifica, ma sulla visione idillica e nostalgica che molti europei hanno della vita in campagna.

Per la cronaca, la ricrescita dei boschi non fa aumentare l’erosione. Casomai è la deforestazione che lo fa. I rimboschimenti sono da sempre uno degli strumenti più efficaci contro il dissesto idrogeologico. E con meno greggi al pascolo avremmo certamente più boschi.

Ci viene suggerito inoltre che il pascolo di capre e pecore diminuisca il rischio di incendi riducendo la biomassa vegetale presente sul territorio. Questo è indubbiamente vero. Ma non sarebbero forse in grado di farlo anche i nostri erbivori selvatici? Dobbiamo proprio spendere fior di quattrini per un servizio ecologico che la Natura ci fornirebbe gratuitamente?

La verità è che, dove sono protetti, i cervidi raggiungono densità elevate. Potrebbero pascolare con la stessa efficienza dei nostri animali domestici. Questo però in genere non succede perché la caccia ne deprime artificialmente il numero.

Perché si cacciano con tale intensità? Spesso proprio per far spazio al bestiame, con cui competono per i pascoli. Le loro popolazioni rimangono così perennemente al di sotto della densità che tenderebbero a raggiungere naturalmente. Non possono svolgere il loro servizio ecologico di erbivori e dobbiamo pagare gli allevatori per farlo al loro posto. Geniale.

Amare conclusioni

Ad una attenta analisi i fondi all’agricoltura e alla pastorizia sono probabilmente tra le cause della loro fragilità.

Fanno che sì che troppa gente possa rimanere in affari.

Troppe aziende producono troppo cibo facendo scendere troppo il prezzo. Il settore rimane così eternamente dipendente dagli aiuti, senza realizzare nessuno dei suoi ecologici obiettivi. I fondi all’agricoltura dunque non contribuiscono realmente né a sfamarci, né a proteggere l’ambiente.

Al contrario inducono a sfruttare ancora più terreno di quello che sarebbe realmente necessario, sottraendo spazio alla Natura e intensificando il conflitto con la fauna selvatica.

Certo, il libero commercio non aiuta gli agricoltori. In un mercato senza dazi, il prezzo lo fa chi ha un più basso costo del lavoro. Ma quel mercato libero che da una parte li danneggia è lo stesso che gli permette di esportare così tanto Parmigiano, vino e prosciutti fuori dall’Italia e dall’Europa.

Tali incentivi inoltre distorcono il mercato. Generano un effetto dumping che danneggia economie più povere che hanno meno mezzi per “sponsorizzare” i loro prodotti sul mercato globale.

Né si più dire che la PAC abbassi il prezzo degli alimenti per il consumatore. Non salda egli forse il resto nell’atto di pagare le tasse?

Se davvero vogliamo aiutare i poveri a pagarsi da mangiare faremmo meglio a potenziare il collaudato strumento dei buoni pasto. Invece incentiviamo attività economiche private spesso di dubbio valore ambientale.

È pur vero che il settore pubblico finanzia comunque un mucchio di roba senza senso. Dubito perciò che questa grossa barzelletta possa finire a breve. Ci sono in gioco troppi interessi e una lobby che pensa al suo tornaconto.

Ma se proprio dobbiamo continuare a finanziarli almeno la smettano gli allevatori di infamare il lupo. Quella maggioranza di cittadini che gli paga gli aiuti è la stessa che chiede la convivenza con i grandi predatori.


A cura di Luca Frasconi

Luca Frasconi
Luca Frasconi
Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata  di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.

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I commenti a questo articolo sono stati disabilitati su richiesta dell’autore. Per contattarlo, è possibile scrivere alla mail luca.frasconi@tomorrownews.it

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