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lunedì 23 Novembre 2020
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Tutti indipendentisti, con lo stato degli altri

Catalogna, di chi è la colpa? Ad oggi il fronte tra unionisti ed indipendentisti risulta ancora aperto, fatto inevitabilmente destinato a prolungare un clima di incertezza poco salutare naturalmente per lo stato spagnolo, ma anche per l’Unione Europea.

Le elezioni regionali indette dal poco amato Mariano Rajoy in seguito al commissariamento della regione, presentano un verdetto che va a rafforzare il clima di incertezza e il protrarsi potenziale dello stallo.

Ciudadanos ottiene trentasei seggi che vanno a schierarsi nel fronte unionista, tuttavia le formazioni indipendentiste rimangono la maggioranza assoluta nel parlamento catalano con settanta seggi sui centotrentacinque locali.

I mercati che tradizionalmente non amano l’incertezza già “castigano” la Catalogna, spostando le sedi legali e finanziarie nella Spagna unita; punizione in realtà all’acqua di rose, mentre restano sotto accusa di sedizione da parte della procura spagnola tredici politici separatisti.

Tra questi Puigdemont che tuona da Bruxelles, dove ha visto bene di rintanarsi dopo le accuse per cui rischiava l’arresto in patria, chiedendo ai compatrioti catalani il sostegno per la rielezione.

La situazione Catalana è un piccolo scandalo di gestione del conflitto politico, potrebbe essere iscritto nei manuali di analisi e gestione delle politiche pubbliche come esempio negativo. Al di là del parlamento Catalano, e di Mariano Rajoy, che già hanno giocato la partita in modo quantomeno opinabile, c’è un terzo giocatore riluttante dietro il macello dello status quo.

Si tratta dell’Unione Europea che come al solito è riuscita a recitare il ruolo da operetta cui ci si sta abituando, la macchietta del bambino che prima lancia il sasso e poi tira indietro la mano.

Perché si dice questo? Da una parte l’UE ha storicamente incoraggiato e sostenuto le autonomie regionali con cui porta avanti dialogo, politiche per lo sviluppo, distribuzione di fondi e in alcuni casi perfino relazioni diplomatiche. Dall’altra invece l’Unione si riscopre un organismo di stati sovrani al momento di garantire le integrità territoriali.

L’Unione Europea non possiede uno strumento di controllo gerarchico del territorio, come non possiede un apparato burocratico ramificato negli stati membri. Quindi tende a servirsi di meccanismi di governance per attuare quanto stabilito a Bruxelles.

La Governance ha la peculiarità di non andare esattamente d’accordo con stati forti e centralizzati, mentre si adatta bene in contesti di potere a maglie larghe in cui le competenze non siano del tutto specificate, o in cui comunque sia possibile muoversi con una certa libertà.

Nell’ambito della teoria della scienza politica in molti si sono augurati un progressivo rafforzamento delle autonomie regionali, in modo da poter iniziare ad immaginare un’Unione Europea composta da macro livelli regionali, con stati indeboliti in favore di un maggiore coordinamento UE.

Benissimo, peccato che una volta che scatti la chiamata per il gioco delle sedie nessuno voglia trovarsi fregato e gli stati (i quali a dispetto dei buoni propositi sono e restano lo zoccolo duro dell’Unione Europea, in barba all’unione dei popoli) sono decisamente poco inclini a concedere cessioni di sovranità all’interno dei propri confini.

Ecco dunque spiegato il pietoso silenzio dell’UE nella vicenda, che ha osservato di sottecchi l’andamento degli eventi fino alla degenerazione totale del voto referendario, per poi riscoprirsi Unione di stati e riconoscere il governo di Madrid come unico interlocutore legittimo.

È sì, certo non si vorrà innescare una reazione a catena che possa portare  beghe interne ai confini nazionali, quasi ogni stato ha la sua bella gatta da pelare: iniziando dalla tenuta nazionale del Belgio e finendo con i quattro gatti del Sudtirolo, che strizzano l’occhio ai simpatici cugini d’oltralpe: anche in questo caso con il silenzio dell’Unione.

Emblematiche, tornando al caso spagnolo, le parole del presidente della Commissione Europea Jean Claude Junker, riportate così da ANSA il 23 0ttobre 2017:

Sono contro tutti i separatismi in Europa. Quindi non amo quello che si fa in Catalogna“, pur rispettando l’espressione delle identità delle regioni. Ricordando il ruolo del Comitato delle Regioni Ue, Juncker ha detto: “Tra 20-30 anni i grandi match economici non saranno più” tra Paesi, “ma tra le regioni, che dobbiamo dotare di mezzi affinché possano arrivare ad affermare le loro identità e far valere i loro interessi economici“, ma no all’indipendentismo.

Quindi si all’identità, ma non tirando troppo il guinzaglio sull’indipendenza e comunque nel rispetto di quello che pare essere oggi l’unico pilastro su cui in fin dei conti si basa l’Unione: l’unione monetaria sancita dal trattato di Maastricht del 92, e il beneamato fiscal compact.

Così la Catalogna rimane in uno stato di stallo, e l’Unione resta muta davanti ad un episodio in cui andava dato un segnale forte al livello politico.

A cura di Corso Pecchioli


Fonti :

 

Corso Pecchioli
Corso Pecchioli
Sono nato a Firenze nel 1993. In ritardo per vivere l'età dell'oro dei tamarri, i gloriosi anni '90, troppo presto per essere abbastanza social. Pessimista di professione, critico a tempo pieno, impiego il tempo libero tra lettura, pesca, cinema, boxe, ukulele, motocicletta e campeggio. In ordine sparso e con risultati variabili.

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